“Anche di questa Commedia dovrò ripetere quello che ho detto di altre. A chi intende la nostra lingua farà un effetto, a chi non la capisce ne farà un altro.”
Questa frase nella prefazione del testo scritta da Goldoni, già ci introduce nel mondo dipinto di questa commedia dove, insieme alla lingua, simbolo del mezzo espressivo, sono protagoniste indiscusse le donne e la loro “lingua”, questa volta non più parlata, ma intesa come mezzo di chiacchiera, di pettegolezzo e dei suoi effetti, che serve a unificare un mondo popolare e quotidiano di sartine, merciaie, lavandaie, gondolieri, ambulanti e l’immancabile Arlecchino.
Vittime loro malgrado della situazione sono, non solo gli uomini, coinvolti direttamente o indirettamente dalle malelingue, ma soprattutto la povera Checchina, promessa sposa di Beppo, il quale si troverà nella imbarazzante situazione di dover decidere se preferire l’amore alla reputazione, ormai terribilmente macchiata dalla voce che si è già sparsa per tutta Venezia, cioè che la ragazza non è figlia legittima di Paron Toni come tutti credono, ma di Abagiggi venditore di noccioline.
Nella visione di Goldoni, il pettegolezzo coinvolge trasversalmente tutte le classi sociali, dalle più umili alle più nobili, e tutte indistintamente danno il loro bel contributo per screditare la virtù della “novizza”.
Invidia, gelosia, noia, cattiveria? Cosa spinga le nostre donne non ci è dato sapere, ma certo è che il testo di Goldoni, nonostante gli anni, ci pare attualissimo nelle tematiche e nel dipingere l’uomo e la donna che, allora come oggi, sembrano non poter fare a meno della pratica del pettegolezzo. Sia per diletto, per pura abitudine, per spirito di condivisione è sempre e comunque più facile mettere gli altri al centro dei nostri discorsi, anziché non esaminare noi stessi e le nostre problematiche personali.