“Nodo alla gola” ci è sembrato da subito un testo coinvolgente ed affascinante e l’idea di portarlo in scena ci ha intrigati e motivati da subito, spingendoci a confrontarci immediatamente con le tematiche che esso porta in superficie.
L’opera nasce da uno scritto teatrale di Patrick Hamilton (ispirato ad un reale fatto di cronaca del 1924) e viene portata sul grande schermo da Alfred Hitchcock nel 1948 che ne trae un film estremamente teatrale nella sua realizzazione e nel modo che ha di non perdere mai di vista l’azione sulla scena, riuscendo quasi a trasportare lo spettatore all’interno di essa.
Un testo anomalo, “Nodo alla gola”, dove non c’è nulla da scoprire e che non si limita quindi a delineare i classici intrecci del giallo, ma che ci ha stimolati a fare una più approfondita indagine psicologica sui caratteri; proprio per questo, dopo le prime letture, siamo stati inevitabilmente spinti a farci innumerevoli domande per cercare di addrentarci nell’intimità dei personaggi, per farli nostri e per provare a calarci in essi analizzando i rapporti che li legano e le emozioni che li spingono ad agire; e più proseguivamo con le prove, più nascevano in noi curiosità nuove, pensieri, osservazioni…
«L’omicidio è un’arte, una raffinatezza per pochi, non un semplice delitto come per la maggioranza delle persone», dice uno dei personaggi, ed apparentemente sembra che non ci siano serie ragioni che mettono in moto le loro azioni, ma il semplice desiderio di una nuova emozione, la banale curiosità di una sfida…
Estremamente e drammaticamente attuale, il testo esplora i più reconditi istinti umani e dipinge un mondo forse non così lontano dal nostro dove la perfidia umana esce in tutta la sua spaventosa crudeltà.
Ne risulta un lavoro d’insieme che ci ha molto affiatati, dove ogni singolo ruolo è un tassello importante che offre il proprio necessario contributo alla composizione del puzzle finale.